Andrea Bajani

 

"Ogni promessa" - Einaudi
Andrea Bajani

Andrea Bajani è nato a Roma nel 1975 e vive a Torino.
Dopo aver collaborato con "L'Indice" e con l'Osservatorio Letterario Giovanile del Comune, è divenuto consulente editoriale per la casa editrice Codice.
In cinque anni ha cambiato otto lavori: è stato consulente, collaboratore occasionale, co.co.co, collaboratore a progetto e libero professionista.

Ha partecipato a molte antologie, fra cui Lettere In-chiostro (Addictions, 1999). Ha pubblicato diversi romanzi: Morto un papa (Portofranco, 2002), Qui non ci sono perdenti (PeQuod, 2003).
Presso Einaudi ha pubblicato Cordiali saluti (2005 e 2008), Se consideri le colpe (2007 e 2009), il reportage sul lavoro precario Mi spezzo ma non m'impiego (2006), Domani niente scuola (2008).

Per il teatro è coautore di Miserabili, uno spettacolo di Marco Paolini.
Attualmente è in teatro con un suo testo originale IL PITONE - i 18 mila giorni, rappresentato da Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa per la regia di Giorgio Gallione.
Collabora con Rai Radio 2, con i quotidiani La Stampa, l'Unità, Il Sole-24 ore e con la rivista Lo straniero.
Se consideri le colpe ha vinto il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati.
Ogni promessa (Einaudi 2010) è il suo ultimo romanzo.


Ogni promessa di Andrea Bajani
OGNI PROMESSA
Un biglietto lasciato sul tavolo, una storia d'amore che si chiude e un nonno che muore dopo essere rimasto imprigionato per tutta la vita nell'ossessione della campagna di Russia.
Sulla soglia di un'estate in cui di colpo tutto sembra mancare, Pietro decide di andare a vedere il Don con i suoi occhi, per attraversare la linea del fronte e cercare la sua tregua sulle tracce di una guerra altrui.
Non c'è niente di più difficile da raccontare del peso che hanno le cose non dette: ecco il cuore di questo romanzo, che con straordinaria intensità emotiva, leggerezza e tensione poetica ci mostra quante strade possono prendere i ricordi, le speranze e i segreti quando decidono di venire alla luce.
«Sara se n'è andata via il giorno in cui è finita la scuola. L'estate si è spalancata all'improvviso: ha inghiottito i miei bambini tutti insieme, ha svuotato la mia casa e io sono rimasto lì, una macchina sul ciglio di un burrone».

Ogni sera Pietro si china sulla pancia di Sara per sapere se dentro c'è qualcosa che nasce, e ogni sera lei, toccandosi il ventre, aspetta di poter dare un nome al loro futuro insieme. Ma la speranza rimane un'attesa, e l'attesa spacca tutto come una crepa nel muro. Fino a quando ogni cosa si sfalda e sul tavolo della cucina resta soltanto un foglio, o meglio una bomba che si prepara a esplodere. «Telefonato tua madre, è morto Mario». E poco sotto una domanda scritta di fretta: «Mario?» Mario è il nonno di Pietro, ma più che un parente è lo scheletro nell'armadio di una famiglia e di un paese intero. Tornato folle dalla campagna di Russia, vissuto dentro una clinica eppure morto per tutti, per lui la guerra non è mai finita. Ora fa la sua comparsa morendo per davvero, come un fantasma molto terreno che ha lasciato troppe domande dietro di sé.
L'estate si apre quel giorno con un duplice addio, spalancata come una casa vuota e piena di strade possibili. La prima è un viaggio a ritroso, con in tasca il peso di un segreto che Pietro e Sara si sono nascosti tanto a lungo da non poterlo dimenticare.
La seconda è un viaggio sul Don, carico di tutte le storie che Mario non ha mai raccontato: un percorso lungo quasi settant'anni, alla ricerca vana di una Russia che non c'è più, come provare a tuffarsi nelle acque del 1943.
Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano appiglio, come promesse tradite dal tempo. Con una scrittura tesa e tersa fino alla poesia, Andrea Bajani ci racconta la responsabilità e la difficoltà di ricordare. La memoria è una trama forata, i fili si slacciano e si disperdono nell'ordito di una realtà vissuta al presente.
Ma è proprio lì, tra le omissioni e le mancanze, che forse si annida un senso. Lungo quelle strade deviate, dove si affacciano risposte impreviste a domande mal poste.

La fabbrica delle coscienze. Il romanzo di Bajani e la letteratura come memoria degli altri
di Antonio Tabucchi, la Repubblica, 19/11/2010

Esce "Ogni promessa", una storia molto speciale Che ricorda, nelle tematiche, i grandi classici. Il protagonista è un giovane che si assume il compito di assorbire le emozioni e i sentimenti di quelli che incontra. In Italia un certo uso della finzione per dare forma al proprio io in relazione col mondo inizia con Svevo.

Ci sono scrittori che raccontano "dall'esterno". Altri "dall'interno", come se ciò che raccontano appartenesse alla loro vita: posseggono cioè un alambicco che riesce a trasformare l'io narrante in io autobiografico, la vita del loro personaggio diventa la loro stessa vita. Si tratta di una linea di demarcazione di due diversi modi di fare letteratura, indipendentemente dalla rispettiva qualità o dal fatto che il protagonista si esprima in prima o terza persona. Nel primo modo lo scrittore interpone fra sé stesso e la realtà il filtro di un personaggio, nel secondo caso lo scrittore tende a "diventare" il personaggio facendo passare la verità del reale attraverso la finzione narrativa. Stendhal fa assistere alla battaglia di Waterloo il suo Fabrizio del Dongo che pur non capendoci nulla la descrive con grande realismo; ma a Stendhal non sarebbe mai venuto in mente di dire "Fabrizio del Dongo c'est moi". Il magnifico saggio di Kundera sul romanzo moderno (I Testamenti traditi) si basa sostanzialmente sull'uso narrativo della finzione (la "fiction"). «Ho pianto tante lacrime sulla finzione», scrisse Puskin. E Pessoa ha chiosato in un apparente paradosso: «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente /che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente». E in Italia (questo Kundera non lo dice) la modernità dell'uso della finzione passa in primo luogo attraverso Svevo (la coscienza di Zeno non è di Zeno, è di Svevo) e Pirandello con i Sei personaggi e Ciascuno a suo modo («Non vuoi capire che la tua coscienza significa appunto gli altri dentro di te?»).

In Ogni promessa, l'ultimo romanzo di Andrea Bajani (Einaudi, pagg. 256, euro 19,50), il protagonista ha molti "altri dentro di sé". Un libro singolare che nello spazio di un romanzo produce una sorta di commedia umana concentrata che però alla lettura si gonfia e si dilata producendo un universo narrativo in espansione. Con l'aggiunta di una radice quadrata di finzione così riassumibile: l'autore del romanzo, nella propria coscienza di scrittore ospita la coscienza di un protagonista al quale viene affidato il compito di ospitare le coscienze altrui. Niente di meta-romanzesco, per chiarire subito, solo la consapevolezza di un narratore moderno di maneggiare con il romanzesco una faccenda che significa "rappresentazione del mondo" attraverso la coscienza di un personaggio di finzione. Una fiction restituita al significato originario di fictio: creazione.

Il protagonista, il vicario che si assume il compito di portare dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le memorie altrui, si chiama Pietro. È un giovane con una precaria relazione con una donna e presumibilmente con una coscienza rivolta al proprio contesto. Un giorno la sua compagna lo lascia. L'autore non ci dice se questo evento sia l'elemento scatenante di un fatto assolutamente nuovo che si produce nella coscienza di Pietro: il fatto è che egli comincia ad assorbire le emozioni altrui, ad assimilarle fino a inzupparsene. C'è un precedente illustre, in questo tipo di operazione, in un bellissimo racconto di Kipling molto amato da Borges, La casa dei desideri. Ma si trattava di un racconto fantastico dove l'assunzione del dolore altrui avveniva grazie a un sortilegio, la fattura di uno spirito misterioso consegnata attraverso la finestrella di una casa diroccata di Londra.

Nel romanzo di Bajani l'assunzione delle coscienze altrui avviene in maniera quasi scientifica, come se l'autore mettesse in atto narrativamente le più moderne teorie delle neuroscienze sulla "costruzione" della coscienza (o del "Sentimento di Sé") secondo la definizione dei neurologi. Per realizzare il Sentimento di Sé, che secondo la neurologia nasce con un proto-io che produce un io-nucleare che a sua volta produce un io-autobiografico (una costruzione che procede per piani, con le stesse impalcature di quando si costruisce una casa), il cervello procede come un cartografo, con una serie di mappature che via via registrano tutto ciò che il cervello percepisce, le sue rappresentazioni e le emozioni che nello stesso cervello tutto ciò produce. È qui che la coscienza di Pietro comincia a "mappare" una penosa storia familiare nascosta negli armadi, laddove insieme alle lenzuola si trovano anche gli scheletri. Uno scheletro cosiffatto: la storia taciuta di un nonno materno tornato con disturbi mentali dalla campagna di Russia, la dolorosa infanzia della madre, il rifiuto familiare del nonno morto in un manicomio, il rimorso occultato che rode la madre per tutta la vita. Il rimorso e il rimosso, che stranamente torna come un boomerang su Pietro, perché se il ritorno del rimosso, secondo la psicoanalisi (ricordo il saggio di Francesco Orlando sulla Fedra) dovrebbe riguardare il soggetto della rimozione, qui riguarda invece un altro soggetto, l'osservatore, Pietro. Intanto, con lo scheletro, dall'armadio è prepotentemente spuntata la Russia, il fantasma di un passato. Pietro comincia a "mappare" con minuzia tutto ciò che ha formato la coscienza infelice di sua madre, comincia ad assorbirla. E intanto è spuntato un altro reduce di quella tragica e luttuosa campagna di Russia. Si chiama Olmo, è anch'egli una figura vicaria che porta con sé, con le stesse crepe e gli stessi omissis della vicenda del nonno, le memorie di un tempo rimosso. Pietro comincia a "mappare" anche lui.

Il lettore dovrà affrontare con una certa pazienza la parte della "cartografia" che il protagonista deve effettuare per prendere coscienza delle coscienze altrui. È composta di quotidianità, di oggetti disparati, spesso cianfrusaglia o cose che hanno perduto una funzione (mi torna di nuovo in mente Orlando e Gli oggetti desueti in letteratura), di ricordi infantili recuperati come relitti di un naufragio, di vecchie fotografie della campagna di Russia e in specie una che ha la funzione di Perturbante: tre soldati italiani in una piazza che ridono guardando un ragazzo russo impiccato. Ma il lettore, seguendo il "detective" Pietro, scopre a poco a poco altri volti, come nei giochi enigmistici emerge una figura insospettata unendo un tracciato. Un anticlimax come una suspense che gonfia, perché sentiamo che qualcosa deve accadere.

E che accade. Pietro parte per la Russia, per gli stessi luoghi dove si trovò Olmo come soldato fascista. Ma non parte solo perché Olmo gli ha chiesto di cercare e confermargli che quei luoghi esistono davvero ancora: parte anche per conto del nonno matto e della madre. Come definire questa sua missione? Una remissione delle colpe, una sanatoria, un condono? Un indulto che forse non riguarda solo i tre personaggi di questo romanzo ma il nostro passato, la nostra Storia? Mi piace leggere questo viaggio fino al placido Don come lo spontaneo tentativo di un atto riparatore, eseguito con il simbolico che appartiene alla letteratura. Perché non sono i risarcimenti o i trattati commerciali che compiono la catarsi ma è attraverso il gesto simbolico che la Storia si placa e i guasti della guerra si medicano; e la letteratura può farsene carico.

Ma ora Clio è neghittosa, ha appeso la cetra ai salici e non canta più per nessuno: così euforica solo sessant'anni prima è in piena disforia e più che tanto non può concedere a sua sorella Calliope. Nel suo viaggio (le pagine più belle del romanzo) ricco di intensi incontri, l'acchiappafantasmi raccoglierà nel suo sacco solo lacerti, brandelli di frasi di vecchi sopravvissuti, uno sbiadito disegno infantile con la stessa scena della tremenda fotografia: tre soldati italiani accanto a un impiccato. È l'altra faccia della medaglia che giace sepolta in quelle terre lontane: non solo le centomila gavette di ghiaccio dei poveri soldati italiani mandati a morire nelle steppe russe, ma anche la morte che inevitabilmente portavano con loro («Olga mi ha guardato e mi ha detto che lui non ce l'aveva con me, ma erano morti in milioni per liberarsi di noi. Quando lei ha smesso di parlare, suo nonno ha indicato fuori, oltre la finestra», p. 244). È primavera. E dai pioppi, dalle foreste di betulle di cui è ricca la Russia, comincia a cadere una nevicata di apici, i batuffoli volanti che in una memorabile scena di Amarcord sono chiamati "le manine": «Stava lì, imbiancato dal polline, la giacca e le medaglie già bianche, e la testa che incanutiva così, nonostante i capelli che non c'erano più. E quel polline veniva giù su tutta la Russia, scendeva sopra la nostra macchina, e sopra la strada, e scendeva sui campi con tutti i morti che ci stavano sotto, su tutta la steppa, e sugli animali, e le signore che pedalavano in bicicletta per la campagna, e sopra il traliccio, e il cielo era pieno di quei fiocchi bianchi, e però era azzurro, in mezzo a tutta quella nevicata d'estate, quella neve calda che si andava a posare su tutte le cose» (p. 245). Un finale che alludendo a Fellini è insieme un commosso omaggio a Joyce. Una metalessi, per usare il linguaggio della narratologia, di enorme suggestione. L'ultima pagina è il ritorno. Se alla "verità" della realtà o alla commedia della vita non lo sappiamo.

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