OGNI PROMESSA
Un biglietto lasciato sul tavolo, una storia d'amore che
si chiude e un nonno che muore dopo essere rimasto imprigionato
per tutta la vita nell'ossessione della campagna di Russia.
Sulla soglia di un'estate in cui di colpo tutto sembra mancare,
Pietro decide di andare a vedere il Don con i suoi occhi,
per attraversare la linea del fronte e cercare la sua tregua
sulle tracce di una guerra altrui.
Non c'è niente di più difficile da raccontare
del peso che hanno le cose non dette: ecco il cuore di questo
romanzo, che con straordinaria intensità emotiva,
leggerezza e tensione poetica ci mostra quante strade possono
prendere i ricordi, le speranze e i segreti quando decidono
di venire alla luce.
«Sara se n'è andata via il giorno in cui è
finita la scuola. L'estate si è spalancata all'improvviso:
ha inghiottito i miei bambini tutti insieme, ha svuotato
la mia casa e io sono rimasto lì, una macchina sul
ciglio di un burrone».
Ogni
sera Pietro si china sulla pancia di Sara per sapere se
dentro c'è qualcosa che nasce, e ogni sera lei, toccandosi
il ventre, aspetta di poter dare un nome al loro futuro
insieme. Ma la speranza rimane un'attesa, e l'attesa spacca
tutto come una crepa nel muro. Fino a quando ogni cosa si
sfalda e sul tavolo della cucina resta soltanto un foglio,
o meglio una bomba che si prepara a esplodere. «Telefonato
tua madre, è morto Mario». E poco sotto una
domanda scritta di fretta: «Mario?» Mario è
il nonno di Pietro, ma più che un parente è
lo scheletro nell'armadio di una famiglia e di un paese
intero. Tornato folle dalla campagna di Russia, vissuto
dentro una clinica eppure morto per tutti, per lui la guerra
non è mai finita. Ora fa la sua comparsa morendo
per davvero, come un fantasma molto terreno che ha lasciato
troppe domande dietro di sé.
L'estate si apre quel giorno con un duplice addio, spalancata
come una casa vuota e piena di strade possibili. La prima
è un viaggio a ritroso, con in tasca il peso di un
segreto che Pietro e Sara si sono nascosti tanto a lungo
da non poterlo dimenticare.
La seconda è un viaggio sul Don, carico di tutte
le storie che Mario non ha mai raccontato: un percorso lungo
quasi settant'anni, alla ricerca vana di una Russia che
non c'è più, come provare a tuffarsi nelle
acque del 1943.
Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano
appiglio, come promesse tradite dal tempo. Con una scrittura
tesa e tersa fino alla poesia, Andrea Bajani ci racconta
la responsabilità e la difficoltà di ricordare.
La memoria è una trama forata, i fili si slacciano
e si disperdono nell'ordito di una realtà vissuta
al presente.
Ma è proprio lì, tra le omissioni e le mancanze,
che forse si annida un senso. Lungo quelle strade deviate,
dove si affacciano risposte impreviste a domande mal poste.
La
fabbrica delle coscienze. Il romanzo di Bajani e la letteratura
come memoria degli altri
di Antonio Tabucchi, la Repubblica, 19/11/2010
Esce "Ogni promessa", una storia molto speciale
Che ricorda, nelle tematiche, i grandi classici. Il protagonista
è un giovane che si assume il compito di assorbire
le emozioni e i sentimenti di quelli che incontra. In Italia
un certo uso della finzione per dare forma al proprio io
in relazione col mondo inizia con Svevo.
Ci sono scrittori che raccontano "dall'esterno".
Altri "dall'interno", come se ciò che raccontano
appartenesse alla loro vita: posseggono cioè un alambicco
che riesce a trasformare l'io narrante in io autobiografico,
la vita del loro personaggio diventa la loro stessa vita.
Si tratta di una linea di demarcazione di due diversi modi
di fare letteratura, indipendentemente dalla rispettiva
qualità o dal fatto che il protagonista si esprima
in prima o terza persona. Nel primo modo lo scrittore interpone
fra sé stesso e la realtà il filtro di un
personaggio, nel secondo caso lo scrittore tende a "diventare"
il personaggio facendo passare la verità del reale
attraverso la finzione narrativa. Stendhal fa assistere
alla battaglia di Waterloo il suo Fabrizio del Dongo che
pur non capendoci nulla la descrive con grande realismo;
ma a Stendhal non sarebbe mai venuto in mente di dire "Fabrizio
del Dongo c'est moi". Il magnifico saggio di Kundera
sul romanzo moderno (I Testamenti traditi) si basa sostanzialmente
sull'uso narrativo della finzione (la "fiction").
«Ho pianto tante lacrime sulla finzione», scrisse
Puskin. E Pessoa ha chiosato in un apparente paradosso:
«Il poeta è un fingitore. / Finge così
completamente /che arriva a fingere che è dolore
/ il dolore che davvero sente». E in Italia (questo
Kundera non lo dice) la modernità dell'uso della
finzione passa in primo luogo attraverso Svevo (la coscienza
di Zeno non è di Zeno, è di Svevo) e Pirandello
con i Sei personaggi e Ciascuno a suo modo («Non vuoi
capire che la tua coscienza significa appunto gli altri
dentro di te?»).
In Ogni promessa, l'ultimo romanzo di Andrea Bajani
(Einaudi, pagg. 256, euro 19,50), il protagonista ha molti
"altri dentro di sé". Un libro singolare
che nello spazio di un romanzo produce una sorta di commedia
umana concentrata che però alla lettura si gonfia
e si dilata producendo un universo narrativo in espansione.
Con l'aggiunta di una radice quadrata di finzione così
riassumibile: l'autore del romanzo, nella propria coscienza
di scrittore ospita la coscienza di un protagonista al quale
viene affidato il compito di ospitare le coscienze altrui.
Niente di meta-romanzesco, per chiarire subito, solo la
consapevolezza di un narratore moderno di maneggiare con
il romanzesco una faccenda che significa "rappresentazione
del mondo" attraverso la coscienza di un personaggio
di finzione. Una fiction restituita al significato originario
di fictio: creazione.
Il protagonista, il vicario che si assume il compito
di portare dentro di sé le emozioni, i sentimenti
e le memorie altrui, si chiama Pietro. È un giovane
con una precaria relazione con una donna e presumibilmente
con una coscienza rivolta al proprio contesto. Un giorno
la sua compagna lo lascia. L'autore non ci dice se questo
evento sia l'elemento scatenante di un fatto assolutamente
nuovo che si produce nella coscienza di Pietro: il fatto
è che egli comincia ad assorbire le emozioni altrui,
ad assimilarle fino a inzupparsene. C'è un precedente
illustre, in questo tipo di operazione, in un bellissimo
racconto di Kipling molto amato da Borges, La casa dei desideri.
Ma si trattava di un racconto fantastico dove l'assunzione
del dolore altrui avveniva grazie a un sortilegio, la fattura
di uno spirito misterioso consegnata attraverso la finestrella
di una casa diroccata di Londra.
Nel romanzo di Bajani l'assunzione delle coscienze
altrui avviene in maniera quasi scientifica, come se l'autore
mettesse in atto narrativamente le più moderne teorie
delle neuroscienze sulla "costruzione" della coscienza
(o del "Sentimento di Sé") secondo la definizione
dei neurologi. Per realizzare il Sentimento di Sé,
che secondo la neurologia nasce con un proto-io che produce
un io-nucleare che a sua volta produce un io-autobiografico
(una costruzione che procede per piani, con le stesse impalcature
di quando si costruisce una casa), il cervello procede come
un cartografo, con una serie di mappature che via via registrano
tutto ciò che il cervello percepisce, le sue rappresentazioni
e le emozioni che nello stesso cervello tutto ciò
produce. È qui che la coscienza di Pietro comincia
a "mappare" una penosa storia familiare nascosta
negli armadi, laddove insieme alle lenzuola si trovano anche
gli scheletri. Uno scheletro cosiffatto: la storia taciuta
di un nonno materno tornato con disturbi mentali dalla campagna
di Russia, la dolorosa infanzia della madre, il rifiuto
familiare del nonno morto in un manicomio, il rimorso occultato
che rode la madre per tutta la vita. Il rimorso e il rimosso,
che stranamente torna come un boomerang su Pietro, perché
se il ritorno del rimosso, secondo la psicoanalisi (ricordo
il saggio di Francesco Orlando sulla Fedra) dovrebbe riguardare
il soggetto della rimozione, qui riguarda invece un altro
soggetto, l'osservatore, Pietro. Intanto, con lo scheletro,
dall'armadio è prepotentemente spuntata la Russia,
il fantasma di un passato. Pietro comincia a "mappare"
con minuzia tutto ciò che ha formato la coscienza
infelice di sua madre, comincia ad assorbirla. E intanto
è spuntato un altro reduce di quella tragica e luttuosa
campagna di Russia. Si chiama Olmo, è anch'egli una
figura vicaria che porta con sé, con le stesse crepe
e gli stessi omissis della vicenda del nonno, le memorie
di un tempo rimosso. Pietro comincia a "mappare"
anche lui.
Il lettore dovrà affrontare con una certa pazienza
la parte della "cartografia" che il protagonista
deve effettuare per prendere coscienza delle coscienze altrui.
È composta di quotidianità, di oggetti disparati,
spesso cianfrusaglia o cose che hanno perduto una funzione
(mi torna di nuovo in mente Orlando e Gli oggetti desueti
in letteratura), di ricordi infantili recuperati come relitti
di un naufragio, di vecchie fotografie della campagna di
Russia e in specie una che ha la funzione di Perturbante:
tre soldati italiani in una piazza che ridono guardando
un ragazzo russo impiccato. Ma il lettore, seguendo il "detective"
Pietro, scopre a poco a poco altri volti, come nei giochi
enigmistici emerge una figura insospettata unendo un tracciato.
Un anticlimax come una suspense che gonfia, perché
sentiamo che qualcosa deve accadere.
E che accade. Pietro parte per la Russia, per gli stessi
luoghi dove si trovò Olmo come soldato fascista.
Ma non parte solo perché Olmo gli ha chiesto di cercare
e confermargli che quei luoghi esistono davvero ancora:
parte anche per conto del nonno matto e della madre. Come
definire questa sua missione? Una remissione delle colpe,
una sanatoria, un condono? Un indulto che forse non riguarda
solo i tre personaggi di questo romanzo ma il nostro passato,
la nostra Storia? Mi piace leggere questo viaggio fino al
placido Don come lo spontaneo tentativo di un atto riparatore,
eseguito con il simbolico che appartiene alla letteratura.
Perché non sono i risarcimenti o i trattati commerciali
che compiono la catarsi ma è attraverso il gesto
simbolico che la Storia si placa e i guasti della guerra
si medicano; e la letteratura può farsene carico.
Ma ora Clio è neghittosa, ha appeso la cetra
ai salici e non canta più per nessuno: così
euforica solo sessant'anni prima è in piena disforia
e più che tanto non può concedere a sua sorella
Calliope. Nel suo viaggio (le pagine più belle del
romanzo) ricco di intensi incontri, l'acchiappafantasmi
raccoglierà nel suo sacco solo lacerti, brandelli
di frasi di vecchi sopravvissuti, uno sbiadito disegno infantile
con la stessa scena della tremenda fotografia: tre soldati
italiani accanto a un impiccato. È l'altra faccia
della medaglia che giace sepolta in quelle terre lontane:
non solo le centomila gavette di ghiaccio dei poveri soldati
italiani mandati a morire nelle steppe russe, ma anche la
morte che inevitabilmente portavano con loro («Olga
mi ha guardato e mi ha detto che lui non ce l'aveva con
me, ma erano morti in milioni per liberarsi di noi. Quando
lei ha smesso di parlare, suo nonno ha indicato fuori, oltre
la finestra», p. 244). È primavera. E dai pioppi,
dalle foreste di betulle di cui è ricca la Russia,
comincia a cadere una nevicata di apici, i batuffoli volanti
che in una memorabile scena di Amarcord sono chiamati "le
manine": «Stava lì, imbiancato dal polline,
la giacca e le medaglie già bianche, e la testa che
incanutiva così, nonostante i capelli che non c'erano
più. E quel polline veniva giù su tutta la
Russia, scendeva sopra la nostra macchina, e sopra la strada,
e scendeva sui campi con tutti i morti che ci stavano sotto,
su tutta la steppa, e sugli animali, e le signore che pedalavano
in bicicletta per la campagna, e sopra il traliccio, e il
cielo era pieno di quei fiocchi bianchi, e però era
azzurro, in mezzo a tutta quella nevicata d'estate, quella
neve calda che si andava a posare su tutte le cose»
(p. 245). Un finale che alludendo a Fellini è insieme
un commosso omaggio a Joyce. Una metalessi, per usare il
linguaggio della narratologia, di enorme suggestione. L'ultima
pagina è il ritorno. Se alla "verità"
della realtà o alla commedia della vita non lo sappiamo.
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