Nato
a Nuoro nel 1960, vincitore del Premio Italo Calvino 1992,
vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato molti libri, tra cui:
Falso gotico nuorese (Condaghes, 1993), Picta
(Premio Calvino, 1992), Gente del libro (Marcos y
Marcos, 1995-96), Il silenzio abitato delle case
(Mobydick, 1996), Nulla (Il Maestrale, 1997), Sheol
(Hobby &Work, 1997 e L'Arcipelago Einaudi, 2004 ), Sempre
caro (Frassinelli e Il Maestrale, 1998 e Einaudi, 2009),
Gap e Sangue dal cielo (Frassinelli, 1999 e Einaudi,
2010), Ferro Recente e Meglio morti (usciti negli
Einaudi Tascabili nel 1999 e nel 2000, già precedentemente
pubblicati da Granata Press), Dura madre (Einaudi,
I coralli, 2001 ed Einaudi Tascabili, 2003 ), Piccole
storie nere (L'Arcipelago Einaudi, 2002 e ET Scrittori,
2010), Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour
2007, premio Volponi 2007 e premio Alassio 2007), Stirpe
(Einaudi, 2009 e 2011). Ha scritto due racconti per le antologie
Crimini (Einaudi Stile libero, 2005), Crimini
italiani (Einaudi Stile libero, 2008) e L'altro mondo
(ET, 2011). Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie L'ultima
volta che sono rinato. Per Einaudi ha recentemente pubblicato
Nel tempo di mezzo (Supercoralli, 2012) entrato nella
cinquina dei finalisti del Premio Strega 2012 e nella cinquina
dei finalisti del Premio Campiello 2012 e vincitore del Premio
Castiglioncello 2012.
NEL TEMPO DI MEZZO
Vincenzo
Chironi - sardo friulano, per molti anni figlio di nessuno
- è un uomo che non dovrebbe neppure esistere, quando
torna in una terra che pare esistere da sempre. Lì
ricomincia a vivere, diventa se stesso, s'innamora dell'unica
donna a lui proibita. Finché il tempo e gli eventi
non incrineranno le vite di tutti, senza crudeltà,
con precisione.
E mentre la Storia rotola dal tempo di mezzo a un tempo
nuovo, mentre gli amori coniugali nascono e poi muoiono
piano, senza far rumore, altre storie sono destinate a non
finire, a buttare germogli chissà dove. A gettarsi,
spiazzandoci, nel futuro.
Vincenzo Chironi mette piede per la prima volta sull' Isola
di Sardegna - «una zattera in mezzo al Mediterraneo»
- nel 1943, l'anno della fame e della malaria. Con sé
ha solo un vecchio documento che certifica la sua data di
nascita e il suo nome, ma per scoprire chi è lui
veramente dovrà intraprendere un viaggio ancora più
faticoso di quello affrontato col piroscafo che l'ha condotto
fin lì. A Nuoro trova ad attenderlo il nonno, Michele
Angelo - maestro del ferro, che gli farà da padre
e da complice in parti uguali -, e soprattutto sua zia Marianna,
che vede nell'inaspettato arrivo del nipote l'opportunità
per riscattare un'esistenza puntellata dalla malasorte.
Anni dopo, quando ormai a Nuoro la presenza di Vincenzo
Chironi sembra scontata, naturale come il mare e le rocce,
la forza del sangue torna a far sentire il suo richiamo.
Perché quando Vincenzo conosce Cecilia, che ha «gli
occhi di un colore che non si può spiegare»,
innamorarsi di lei gli sembra l'unica cosa possibile. Anche
se è promessa sposa di Nicola, con cui lui è
mezzo parente... Se è vero che «la disobbedienza
chiama il castigo», forse è anche vero che
quell'amore è l'ultimo anello di una catena destinata
a non aver fine.
Dopo l'epopea di Stirpe, Marcello Fois - con una lingua
capace di abbracciare l'alto e il basso, e di potenziare
lo scorrere del tempo - dipinge un mondo in cui i paesaggi
sono vivi come i personaggi che li abitano. Una Sardegna
nitida e soprattutto mai oleografica. E lo stupore continuo
della natura - che osserva impassibile gli amori degli uomini
e le loro sconfitte, i dolori dietro ai quali si affannano
così come le gioie fugaci - diventa lo sguardo che
permette a quelle storie di appartenere a ciascuno di noi.
«Nemmeno quelli che sembrano cambiamenti improvvisi,
improvvisi lo sono veramente. D'improvviso c'è solo
il momento in cui ne prendiamo coscienza».
“Vincenzo si mise in piedi che non era ancora
giorno, la sua roba era pronta dalla sera prima. Si vestí
e rifece il letto tentando di non fare rumore. In cucina
scaldò un poco d’acqua. Si fece la barba con
cura, guardando la sua faccia dentro allo specchio in cima
al treppiedi. Ora che poteva vedersi gli sembrò di
essere assolutamente estraneo a se stesso. Piú magro
di quanto avesse intuito toccandosi quando doveva fare quell’operazione
alla cieca. Il viso che lo guardava dallo specchio era avvolto
nella penombra, cupo, pensieroso, saggio di una saggezza
impensabile.
Aveva sognato di nuovo, ma non era importante ricordare
cosa.
Il rasoio sulla pelle fece un suono di telina strappata.
Sotto al bluastro della ricrescita c’era un’epidermide
bianchissima, con una qualità fanciullesca che strideva
con lo sguardo teso. Ora quei due visi, fuori e dentro dallo
specchio, parevano quelli di un padre e un figlio che si
guardassero. Se l’avesse conosciuto avrebbe potuto
constatare fino a che punto il cipiglio serioso di Luigi
Ippolito Chironi eroe del Carso e, per atto notarile, suo
padre naturale, gli si fosse attaccato addosso. E avrebbe
potuto constatare che quella paternità si era risolta
con un calco perfetto d’espressione e forma: fronte,
bocca e naso esatti; di segno e disegno: sopracciglia e
attaccatura del ciuffo esatti; di colore e tono: pallore
compatto d’avorio, capelli neri fino al blu. Ma per
il colore degli occhi no, quel verde luminoso, come anche
le orecchie leggermente staccate e i polsi sottilissimi,
erano di Erminia Sut da Cordenons, contadina, e sua madre
naturale.” Marcello Fois, Nel tempo di mezzo
Abbandonato
il genere noir dei primi romanzi, Fois con una lingua poetica,
arcaica e insieme modernissima, si addentra nelle pieghe
di un'epopea familiare dove i sentimenti e le passioni acquistano
un sapore sempre più universale. Benedetta Marietti – D, la Repubblica
delle Donne
Si apprezza al suo meglio, nel denso romanzo di Fois, la
capacità di insinuare più larghi significati
nella dimessa realtà della Sardegna: la contrattura
delle parole e dei sentimenti, l’esatta collocazione
degli oggetti quotidiani, la mossa onnipresenza della natura.
Il gusto vivo di una terrestrità che disegna un paesaggio
interiore. Lorenzo Mondo – ttL, la Stampa
Giochi prospettici, tecniche sicure attraverso una lingua
non fine a se stessa, ma impastata di giudizi e immagini,
naturali e storiche, individuali e oggettive. Una lingua
frutto di ricerca dove incastonare modi di dire sardi ma
senza cedimenti manieristi […]. Al mistilinguismo
Fois preferisce un personaggio calato progressivamente nei
riti e tabù della cultura; la scelta di chi, conoscendo
perfettamente gli orizzonti antropologici delle sue origini,
li filtra al calor bianco della sua esperienza restituendo
valenza universale a contenuti isolani attraverso una nuova
isola-mondo. Angela Guiso - L’Unione sarda