Michela Murgia

 

"Accabadora" - Einaudi
Michela Murgia

Nata a Cabras nel 1972. Laureata in teologia, prima di approdare alla scrittura è stata docente di religione, venditrice di multiproprietà, operatore fiscale, dirigente amministrativo in una centrale termoelettrica, portiere di notte e centralinista. Da questa sua ultima esperienza nasce il suo libro d'esordio Il mondo deve sapere (Isbn, 2006), da cui è tratto il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Pubblica poi Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede (Einaudi,2008) e partecipa a numerose antologie di racconti.
Il suo ultimo romanzo, Accabadora, uscito con Einaudi nel 2009, ha vinto il premio Dessì e il premio Campiello 2010.
Nel 2010 uscirà per Einaudi Stile Libro il saggio Ave Mary. E la chiesa inventò la donna.

Nel 2006 ha pubblicato per la ISBN edizioni Il Mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro alla Kirby.
Nel 2007 ho collaborato alla stesura del soggetto e della sceneggiatura cinematografica del film
Tutta la vita davanti, ispirato al libro.
Sempre nello stesso anno ha scritto per l'antologia sull'identintà sarda Cartas de Logu, curata da Giulio Angioni e edita dalla CUEC.
Nel 2008 è uscito per i Tascabili Einaudi Viaggio in Sardegna - undici percorsi nell'isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Nello stesso anno ho scritto anche per l'antologia Questo terribile intricato mondo, una raccolta di dodici racconti politici uscita per i supercoralli di Einaudi.
Nel 2010 sono stati pubblicati alcuni suoi racconti sulle antologie Sono come tu mi vuoi (Laterza Contromano), Lavoro da morire (Einaudi ET) e nella raccolta Contos che accompagna il documentario Passaggi di tempo di Gianfranco Cabiddu (Fandango Libri).
Ha inoltre scritto per Marie Claire, Diario, L'Espresso, il Manifesto, Formiche, PeaceReporter, Argo, l'Unità, Liberazione, Epolis, DWF e il magazine on line Emigrati Sardi. Ha una rubrica fissa sul settimanale L'Arborense, e collabora con JobTalk, il blog sul lavoro del Sole24Ore. Suoi contributi sono apparsi sulla Smemoranda 12 mesi 2009 e sul Dizionario Affettivo della Lingua Italiana (Fandango edizioni).

Accabadora Michela Murgia ACCABADORA

Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte.D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno.Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l'ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia».Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte.
Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca.
Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell'universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell'analisi logica».

Così l'autrice spiega l'origine del suo romanzo:
«L’idea di Accabadora è sorta in modo non meditato, da un episodio casuale. L’anno del mio primo libro ero stata invitata a Bardonecchia dalla scuola Holden per partecipare a Esor-dire, un concorso per scrittori esordienti, e mi era stato chiesto di portare cinque pagine di inedito. Non avevo nemmeno una riga nel cassetto, né alcuna idea di cosa portare, ma non avevo mai visto Bardonecchia e desideravo molto andarci; così mi sono seduta e ho cominciato a scrivere quello che – ma ancora non lo sapevo - sarebbe diventato il primo capitolo di Accabadora. Ad Esor-dire arrivai per prima, ma l’invadenza espressiva di quelle cinque pagine mi fece capire che forse dietro c’era una storia intera che cercava spazio per raccontarsi. Mi sono messa ad ascoltarla per tre anni, e poi l’ho scritta. Il tema centrale per me resta quello dei lati nascosti della maternità elettiva; sono sempre stata affascinata dalle relazioni famigliari che non hanno il sangue come discriminante. Il tema della maternità elettiva mi appartiene profondamente, perché a mia volta sono fill’e anima; ma per non cadere nella trappola del parallelismo autobiografico, ho scelto volutamente di narrare il rapporto dal punto di vista della madre adottiva, una figura per la quale accompagnare i destini a compimento è solo una delle possibili sfumature della sua maternità, non necessariamente la più oscura».

Femmina Accabadora
da Wikipedia

Con il termine sardo femmina accabadora (s'accabadóra, lett. "colei che finisce", probabilmente dallo spagnolo acabar, "finire", "terminare") si soleva indicare una donna che uccideva persone anziane in condizioni di malattia tali da portare i familiari a richiedere questo servizio di eutanasia. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti dell'anziano poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione.
Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla femmina accabadora: si dice che entrasse nella stanza del morente vestita di nero e con il volto coperto, e che lo uccidesse tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo sulla fronte tramite un bastone d'olivo (su mazzolu) o dietro la nuca con un colpo secco, o ancora strangolandolo ponendo il collo tra le sue gambe.
Si hanno prove di pratiche della femmina accabadora fino a pochi decenni fa. Una delle teorie per giustificare questo tipo di pratica è basata sulle difficoltà di spostamento e di sussidio nei tempi passati, per cui nei paesi isolati e molto distanti da qualsiasi ospedale la famiglia di un soggetto anziano non autosufficiente e quindi in bisogno di cure assidue avrebbe avuto numerosi problemi ad assisterlo, dal momento che il lavoro agricolo era l'unica loro possibilità di sussistenza.
Alcuni autori, fra cui l'Alziator, descrivono come strumento principale dell'accabadora non una mazza ma un piccolo giogo in miniatura, da poggiare sotto il cuscino del moribondo al fine di alleviare la sua agonia. Questo si spiega con uno dei motivi principali per cui si credeva che un uomo fosse costretto a subire una lenta e dolorosa agonia in punto di morte: se lo spirito non voleva staccarsi dal corpo era palese la colpa del moribondo, il quale si era macchiato di un crimine vergognoso, aveva bruciato un giogo, o aveva spostato i termini limitari della proprietà altrui, oppure aveva ammazzato un gatto.
Altro rito che veniva compiuto era quello di togliere dalla stanza del moribondo tutte le immagini sacre e tutti gli oggetti a lui cari: si credeva in questo modo di rendere più semplice e meno doloroso il distacco dello spirito dal corpo.
Secondo le riflessioni dell'Alziator il compito dell'accabbadora non è tanto quello di mettere fine nel senso letterale del termine alle sofferenze dei moribondi con l'utilizzo di uno strumento palesemente inquietante, quanto quello di cercare di accompagnarli alla fine della loro agonia tramite riti di cui si è sicuramente persa la memoria. Tuttavia lo stesso studioso cagliaritano afferma di muoversi nell'alveo della leggenda e non fornisce prove certe dell'esistenza della "femmina".

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